L'Elisario

Quante volte ci sentiamo stanche, demotivate… ci sono quei giorni in cui vorremmo proprio bere una medicina salvifica che ci riporti in alto il morale! Bene: da ora avremo a disposizione un pensiero al mese, un elisir di positività a cura della Psicologa Elisa Tosana. Buona “bevuta di positività” a tutte con l’Elisario!


Diciassettesimo Elisir: NOI: ELEFANTI INCATENATI?

"Quando ero piccolo adoravo il circo, ero attirato in particolar modo dall’elefante.

Durante lo spettacolo faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune, ma dopo il suo numero e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa mi pareva ovvio che un animale del genere potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.

Che cosa lo teneva legato? 

Chiesi in giro a tutte le persone che incontravo di risolvere il mistero dell’elefante; qualcuno mi disse che l’elefante non scappava perché era ammaestrato… allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?” Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto. 

Per mia fortuna qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato tanto saggio da trovare la risposta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato ad un paletto che provava a spingere, tirare e sudava nel tentativo di liberarsi, ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui, così dopo vari tentativi un giorno si rassegnò alla propria impotenza.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché crede di non poterlo fare: sulla sua pelle è impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata e non è mai più ritornato a provare… non ha mai più messo alla prova di nuovo la sua forza… mai più!"

 

 (Jorge Bucaj)

 

Può succedere ad ognuno di noi, almeno una volta nella vita, di sentire il vincolo di una simile catena, invisibile e tesa, infingarda nel suo sibilare perentorio: "non ce la fai, non ce l'hai fatta e non ce la farai nemmeno ora", memore forse di quell'unica prova che ha reso tale apprendimento generalizzato e radicato in una veridicità che verrebbe smascherata come fallace e menzognera se solo avessimo il coraggio. Se solo avessimo il coraggio: di tentare, osare, provare a "tirare" quella catena che ci vincola a una mediocrità di vissuti e sentimenti, che modula in deflessione il nostro umore e offusca di propositività di ogni visione futura.

 

TU - IO - NOI:

* riusciamo a vedere le nostre catene?

* cosa ci tiene legati?

* cosa ci vincola nel "non-tentare, non-osare, non-provare"?

* con quale nome possiamo appellare quella "cosa" che "ci tiene al nostro posto", pervasi da un'impotente rassegnazione stagnante?

* cosa ci impedisce di sbocciare pieni di ciò che siamo e potremmo essere?

* quali circostanze, situazioni, persone ci "illudono" che esiste nella realtà un perimetro circoscritto e limitato entro il quale ci è concesso muoverci.

 

Ribelliamoci Elefanti incatenati, con audacia ed incoscienza!

 

Se solo osassimo fare un passo più lungo di quella catena, se solo provassimo a tirarla un poco, potremmo stupirci di quanto essa sia in realtà un filo sottile, un vincolo inconsistente che incatena più le nostre menti delle nostre "zampe".

 


Sedicesimo Elisir: TEMPO DI BAGAGLI

 

Eccoci a luglio, tempo di estate, di partenze, di borse e BAGAGLI.

 

Tempo di fare una cernita tra ciò che ci è utile e ciò che ci è inutile, ciò che ci fa bene e star bene e ciò che ci è di impiccio al nostro andare e al vivere serenaMente.

 

È tempo di alleggerire il nostro bagaglio, di scegliere cosa portare e cosa lasciare. Sta a noi decidere, consapevoli e coraggiosi! Noi gli unici responsabili di quello che scegliamo di mettere nella valigia della nostra vita e trascinarcela nei quotidiani giorni.

 

Non tutti i bagagli che ci portiamo appresso (ne sono un esempio quelli presenti in figura) sono funzionali al nostro viaggio di tutti i giorni.

 

Proviamo a riconoscere quelli che ci appesantiscono maggiormente e quali potremmo levare e abbandonare.

 

Osserviamo quello che alberga in noi, tessuto in sentimenti, emozioni, pensieri e chiediamoci con franchezza: "Questa "cosa" mi serve per essere felice?"

 

 

L'onesta intellettuale verso noi stessi guiderà le scelte che seguiranno.

 


Quindicesimo Elisir: NOI, LA ZATTERA E IL GRANDE FIUME

“Immaginiamo un uomo di fronte ad un grande e possente fiume; deve attraversarlo per raggiungere l’altra riva, ma non c’è alcun mezzo o imbarcazione a disposizione per farlo.

Quale sarà il suo fare?

Audace e fantasioso, si dedica al taglio di alcuni alberi, li lega insieme e fiero ne costruisce una zattera.

Sale su di essa e usando le mani o arrabattandosi con un bastone, si sposta per attraversare il fiume. Riuscito a raggiungere l’altra sponda probabilmente farà ciò che faremmo noi stessi:

Si dirige oltre il fiume, nella direzione della sua vera destinazione,

 abbandonando la zattera perché ora non ne ha più bisogno!

 

Quello che non farebbe mai, né noi dovremmo fare mai, è caricarla sulle spalle e continuare il viaggio con l'imbarcazione sulla schiena pensando a quanto può esserci stata utile questa zattera."

 

La riflessione che desidero sollecitare in questo Elisir riguarda proprio l'importanza di lasciare andare! LASCIARE ANDARE ciò che mina e oscura il nostro ben-essere, l'importanza di allentare la presa da tutto ciò che rallenta il nostro andare verso ciò che per noi più conta, lasciare andare quelle persone che ci feriscono e continuiamo a perdonare, a sopportare, a farci andare bene per i più svariati motivi. Lasciamo andare chi o cosa ci tiene in "ostaggio" dall'essere piena-mente ciò che noi stessi potremmo essere o diventare!

 

Concediamoci il diritto di essere in pienezza la meraviglia che l'occasione di essere in vita mette nelle nostre mani! Può accadere che talvolta sentiamo ancorate a noi aspettative degli altri o ci sentiamo mossi da fili di un passato che torna o un futuro che ci fa visita come un miraggio a ingarbugliarci in un quel mondo che appare sempre il migliore. Quanta libertà ci dona il lasciare andare, il distacco da certe situazioni, esperienze e relazioni. Ahimè, Ahinoi, quante volte ci aggrappiamo invece alla zattera e la trasciniamo con noi nel corso del nostro andare anche se è completamente inutile e disfunzionale.

 

LASCIAR- E- ANDARE ... sì!

 

Quali sono quelle "cose" che ci appesantiscono? Che ci impediscono di essere e progredire nella crescita e nell'esplorazione di noi stessi? Quali i rami, intesi come situazioni-persone-relazioni nei diversi contesti di vita, che potremmo potare per dare maggior spazio e luce a ciò che davvero arricchisce il nostro Ben-Essere? Partiamo da questa consapevolezza che sta alla base di ogni cambiamento. Diamo modo a noi stessi di essere gli artefici della nostra vita: liberi da ogni zattera e zavorra!

 

“Se non ora, quando? Se non io, chi? Se non qui, dove?”

 

[Rabbi Hillel]


Quattordicesimo Elisir: LA FORZA DELLA VITA

Danza questo Elisir sulle note della canzone "La forza della Vita"  (di Paolo Vallesi) la cui melodia ritornella così nei miei pensieri:

 

"Quando toccherai il fondo con le dita

a un tratto sentirai la forza della vita

 che ti trascinerà con sé…

Quando sentirai che afferra le tue dita

la riconoscerai

la forza della vita

che ti trascinerà con sé

non lasciarti andare mai…

Anche quando nel silenzio senti il cuore
come un rumore insopportabile
e non vuoi più alzarti
e il mondo è irraggiungibile
 anche quando la speranza
oramai non basterà,
c'è una volontà che questa morte sfida
è la nostra dignità

       la forza della vita".

Mi accompagna nel parlare di crisi, di trauma e di crescita: una crescita dopo la tempesta, una crescita psicologica positiva resa possibile grazie a una tempesta devastante quale può essere una malattia oncologica. Il concetto di "crescita post traumatica" fa riferimento a quei cambiamenti positivi che avvengono a livello personale e sociale dopo aver vissuto un evento che impatta in modo netto e minaccia l'integrità della linea della quotidianità. Cambiamenti positivi che riguardano la propria forza personale, l'autostima nel percepirsi in grado di sopravvivere, resistere, ricostruirsi dopo il terremoto, con un nuovo, rinnovato e potenziato apprezzamento alla vita e con una nuova consapevolezza di esistenza, prima a volte data per scontata o non pienamente vissuta e apprezzata.

 

Un prima e un dopo. Una faglia che spartisce l'esistenza, la diagnosi, i trattamenti, la scossa, il terremoto. La ricostruzione! Più forti di prima! La forza della vita che afferra le nostre dita, le stringe e ci costringe ad affrontare la sofferenza trovando così un nuovo significato nella vita, nuove priorità, nuova luce e consapevolezza delle potenzialità insite nella nostro Essere che non sarebbero mai emerse se non costrette dalla vita.

 

A volte la malattia destabilizza, a volte frantuma in mille cocci ciò che siamo, le nostre certezze, le credenze, le convinzioni che ciascuno ha edificato in anni e anni di vita nel mondo e in relazione con gli altri. L'esito può essere negativo, certo, ma possiamo anche essere fautori di quello che in gergo viene  definito "thriving", letteralmente un "rifiorire" in una di queste tre aree di crescita:

- cambiamento nella percezione di sé, della propria identità, una maggior fiducia nelle proprie capacità, un sentirsi forti e in grado di sopravvivere agli scossoni della vita, un dirsi "sono stato bravo a resistere!" come una carezza all'autostima e alla rappresentazione di sé;

- cambiamento nelle relazioni interpersonali e nella loro qualità. Spesso diventano più intense, più empatiche, più profonde, fungono da terreno fertile di condivisione emotiva che favorisce l'accettazione e il benessere. Altre volte un periodo difficile diventa setaccio per potare ramoscelli di relazioni secche e insignificanti che non avremmo mai avuto il coraggio di modificare;

- cambiamento nella filosofia di vita attraverso l'apertura e la disponibilità a nuove esperienze, un rinnovamento negli scopi di vita, nella loro priorità, un nuovo focus su ciò che davvero conta per noi. Ci lasciamo traspirare maggiormente dalla bellezza delle piccole cose, ogni instante viene apprezzato e interiorizzato con quelle sfumature di cui diventiamo ciechi nella ripetitività del déjà-vu quotidiano.

  

Per uscire trasformati e "cresciuti" da un trauma “siamo obbligati a riconsiderare le cose che abbiamo sempre dato per scontate, siamo costretti a pensare a cose nuove. Gli eventi negativi possono essere così forti da obbligarci a formulare domande a cui altrimenti non saremmo mai arrivati”.


Tredicesimo Elisir: IL PESCE E IL PENSIERO

Quando un pensiero ti domina lo ritrovi espresso dappertutto, lo annusi perfino nel vento. (Thomas Mann)

 

Cade a fagiolo l'Elisir di questo mese: prendo l'amo al balzo per riflettere con voi sui pesci rossi! Non si tratta di un PESCE D'APRILE ma di una considerazione profonda-Mente realistica su quanto noi esseri umani siamo affini ai pesci rossi che nascono e vivono nell'acqua e non sanno nemmeno di esserci. Così, anche noi spesso siamo talmente immersi e sommersi dai nostri pensieri, come unica realtà che conosciamo, che non ci rendiamo conto di quanto questi siano automatici, o non attinenti al vero o dalla forma di vere e proprie distorsioni cognitive, modalità di ragionamento che non seguono la logica ma che usiamo più di quanto pensiamo. A volte ci sono utili perché ci semplificano le valutazioni sulla realtà, a volte ci annebbiamo la vista e l'interpretazione della realtà stessa, portandoci a considerazioni frettolose, scorrette, che influenzano in maniera negativa le nostre emozioni, creandoci sofferenza. Pensieri e modalità di pensare talmente automatiche e fugaci di cui non siamo consapevoli, divenute abituali quanto il modo in cui teniamo in mano una forchetta per mangiare. 

 

 

Le distorsioni cognitive che possiamo incontrare nei nostri pensieri quotidiani riguardano:

 

PENSIERO "TUTTO O NIENTE": secondo cui collochiamo le esperienze in una di due categorie opposte, il famigerato "bianco o nero" che divide il mondo in due, ne semplifica la complessità ma elimina le sfumature rendendo il nostro pensiero rigido;

 

LETTURA DEL PENSIERO: quante volte ci capita di essere convinti di sapere cosa pensano o le emozioni che provano le altre persone in assenza di prove che lo confermano. Quante volte supponiamo o pretendiamo noi stessi che gli altri colgano i nostri pensieri?! In entrambi i casi, quante incomprensioni potremmo risparmiarci! Esempio: "non mi sta prestando attenzione, sicuramente non interessa quello che dico";

 

PENSIERI ASSOLUTISTICI: ogni volta che ci accorgiamo di pronunciare parole come "mai", "sempre", "tutti", "nessuno", stoppiamo il nostro dire e pensare e ancoriamoci alla realtà dei fatti e delle considerazioni;

 

INFERENZA ARBITRARIA: significa trarre conclusioni in mancanza di credenze che le sostengono o quando la prova è contraria alla conclusione. Ad esempio se vediamo qualcuno che conosciamo dall'altra parte della strada che non ci saluta potremmo pensare "è la solita antipatica, l'ha fatto apposta per non parlarmi";

 

GENERALIZZAZIONE: l'essere umano tende a semplificare il mondo e ciò che in esso vi accade: se una cosa è successa una volta, allora potrà o dovrà succedere di nuovo. Questo errore cognitivo consiste nel trarre una regola generale o una conclusione sulla base di uno o più episodi isolati e applicare questo concetto anche ad altre situazioni non connesse col caso specifico.

 

CATASTROFIZZAZIONE O ANTICIPAZIONE NEGATIVA:  significa credere, essere convinti di sapere che il futuro avrà esiti negativi e ci si focalizza solo sugli aspetti negativi affermando, ad esempio "è troppo difficile", "non ce la farò mai", "sarà sicuramente un fallimento";

 

RAGIONAMENTO EMOZIONALE: credere che qualcosa sia vero e reale poiché lo sentiamo e percepiamo come tale. Ad esempio il fatto di provare ansia viene spesso visto come prova del fatto che c'è effettivamente bisogno di preoccuparsi;

 

DOVERIZZAZIONI: la persona si comporta sulla base di regole inflessibili su come dovrebbe funzionare lei stessa, la realtà e le relazioni interpersonali; ad esempio "gli altri devono assolutamente", "non dovevo proprio sentire o comportarmi così";

 

MINIMIZZARE-INGIGANTIRE: tendenza ad esaltare o ridurre l'importanza di eventi/situazioni. Minimizzare è un processo simile a quello dell'autosvalutazione, in cui le esperienze positive non vengono considerate in quanto ritenute prive di valore.  In genere si ingigantiscono gli aspetti negativi e si minimizzano quelli positivi. Esempio: "ho commesso un errore! Che cosa orribile e insopportabile" oppure quando minimizziamo le nostre qualità "non sono così bravo/intelligente, essere riuscito in questa cosa non significa nulla".

 

 

Questi comuni errori cognitivi spesso infelicitano i nostri giorni, rendono disfunzionali i nostri pensieri, influenzano ciò che sentiamo a livello emotivo (sia ansia, rabbia..) e veicolano i nostri stessi comportamenti. Alleniamoci a identificarli, chiendoci di tanto in tanto: "quali pensieri mi rendono infelice? A quale di queste modalità di pensiero mi avvalgo sovente nel mio modo di ragionare?" Già questo è il primo passo verso una nuova consapevolezza dell'acqua nella quale sguazziamo, primo pertugio di cambiamento verso una visione onesta della realtà.


Dodicesimo Elisir: IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA

 Era il lontano 1882 quando la John Hopkins University condusse una ricerca ancor oggi attualissima negli spunti di riflessione. Immaginate una grande pentola colma di acqua fresca al cui interno nuota leggiadra una rana. La pentola è poggiata su un fuoco, la cui fiamma (anche se bassa) arde viva, facendo lentamente riscaldare l’acqua. La rana avverte la temperatura più alta e all’inizio quasi si compiace del calore sulla pelle, lo trova gradevole e continua a nuotare serena. Più trascorre il tempo e più l’acqua diventa calda, fino a diventare praticamente bollente. La rana non gradisce tantissimo, non ha paura e continua a nuotare, abbassa la propria temperatura corporea pur di restare in quello specchio d’acqua. L’acqua diventa sempre più calda, le temperature sempre più insopportabili, ma la rana non si arrende e continua a sopportare. Ad un certo punto l’acqua inizia a bollire e a quel punto è davvero impossibile giacere ancora nella pentola, la rana comprende che è arrivata l’ora di fare un bel salto per uscire da quell’inferno. Purtroppo però stando tanto tempo in acqua la bestiolina non ha più energie, ha nuotato troppo e si è adeguata alle alte temperature. La rana è dunque sfinita e perisce bollita.  

Vi vedo nel fare un volto inorridito, ma vorrei che l’immagine fosse evocativa per la riflessione di questo Elisir. La metafora della rana bollita è emblematica di molte situazioni con le quali ci raffrontiamo quotidianamente, attinenti alla salute, al lavoro, alla personalità, alla sfera sociale e  relazionale. Pensiamoci insieme: chi ha ucciso la rana? Blanda sarebbe la risposta dell'acqua bollente, certamente lo è, ma è stato decisivo anche l'atteggiamento della rana stessa. Tutti dobbiamo adattarci a un quotidiano in divenire, ma la strategia più funzionale per il nostro benessere psicologico non è sempre quella di "tener duro", dello spirito di sopportazione! Quante volte la nostra vocina interiore tende a bisbigliare "resisti-tira avanti-in fondo va bene così", con un fare che non risulta propositivo, ma di mera sopportazione e accettazione passiva di una situazione.

 

La maggior colpa della rana è stata proprio la sua incapacità di decidere quando saltare; così anche noi umani in tante situazioni, forse troppe, abbiamo la tendenza ad adagiarci invece di lottare e scappare. Può apparir un paradosso di controsenso, ma una delle paure più grandi è quella di smuovere una situazione che rompe, nel bene o nel male, un'omeostasi che conduce a un cambiamento! Identifichiamo quelle circostanze di vita, relazioni che non ci danno pieno BEN-essere, accorgiamoci di quali cornici quotidiane ci vanno strette ma alle quali ci adattiamo gradualmente e per quieto vivere, lasciamo come sono. Rispettiamo prima di tutto il nostro sentire, il nostro volere, i nostri valori e i nostri desideri su come vogliamo vivere, e dopo averne preso atto... SALTIAMO!

 

Saltiamo fuori dalla pentola prima che sia troppo tardi e finiamo bolliti da un qualcosa, qualcuno al quale subordiniamo il nostro benessere emotivo. Saltare non significa fuggire, ma rendersi conto che l'acqua inizia a scaldarsi un po’ troppo e stiamo raggiungendo il limite che ci è concesso per non soccombere. È un atto di coraggio concederci la responsabilità verso noi stessi, smuovere le acque nella direzione di un cambiamento che inesorabilmente spaventa, ma che affrontato a tempo debito ci permette quella lucidità, energia mentale ed emotiva per potervi far fronte e cambiare per il meglio, per noi stessi. Pure la rana si accorge che sarebbe stato più furbo per la sua stessa vita saltare, ma ha "sprecato" tutte le sue energie regolando e adattando la sua temperatura corporea a quella dell'acqua, a quella situazione. Adattarci troppo non è sempre la scelta migliore da fare: spesso sarebbe meglio fare un balzo e osare, osare a prendere decisioni e provare a fare un qualcosa di diverso, per noi e per il nostro STARE-BENE.


Undicesimo Elisir: "DOTTORE CHE SINTOMI HA LA FELICITÀ?"

 

"Questa non è un'esercitazione… Vita che scorre... forza e coraggio...

 la sete, il miraggio... forse fa male, eppure mi va... di stare collegato, di vivere d'un fiato…" 

 

Mi canticchia in testa questa melodia. Rifletto: è proprio vero, ognuno di noi porta in sé il miraggio della sua felicità, declinata con le sfumature che le sono proprie. Atavica la ricerca (come la storia dell'Uomo che colse la Mela) della felicità… E noi? E voi?! Che sintomi ha la TUA felicità? Riecheggia il miraggio delle speranze di noi Esseri umani: "quando avrò, quando sarò, quando...".  Quando e come? Come specchio di Morgana ogni volta che ci pare di sfiorarla per afferrarla, sfugge e la rincorsa continua. Sì, perché agisce proprio così quell'"infame" principio dell'adattamento edonistico, quando si realizza un evento tanto bramato e desiderato, tempo più o meno "zero" e l'euforia sfuma… e siamo di nuovo a quelle, il nostro livello "ad alta quota" di felicità torna al livello di partenza o poco sopra.  Altro giro, altra corsa. O meglio, altra rincorsa dietro e incontro alla felicità.

Che fare allora? Ci viene forse in aiuto Martin Seligman, fondatore della Psicologia Positiva, che propone la sua "Formula della Felicità":  H = S + C + V.

H (happiness) indica il livello di felicità

S (set range) la quota fissa di felicità

C sono le circostanze di vita esterne (ricchezza/povertà, la vita sociale, l’età, il genere, gli affetti)

V i fattori che dipendono dal nostro controllo volontario

 

La felicità non si trova, si crea. La felicità non dipende da ciò che ci manca, ma dal modo in cui ci serviamo di ciò che possediamo.”

 

Se pensiamo che S (quota fissa di felicità) è legata a fattori genetici e C sono le circostanze di vita esterne (a volte imprescindibili da noi), non ci resta che agire sui fattori sui quali possiamo avere maggior controllo: le nostre scelte e i nostri atteggiamenti! Seligman sostiene l'importanza di  valorizzare i fattori interni V quali le proprie "potenzialità", tratti morali (coraggio, onestà, originalità, cordialità…) sui quali possiamo avere un controllo volontario. Forse non abbiamo molto margine di scelta su tante scelte che la vita compie per noi e con le quali a volte ci mette a dura prova, ma abbiamo pieno libero arbitrio sulla scelta del tipo di persona che vogliamo essere! Possiamo coltivare i nostri VALORI (Harris, 2011) per vivere una vita piena, ricca e significativa. Chiediamoci: “come vorremmo che fosse la nostra vita? Quali cose mi piacerebbe fare? Che tipo di persona mi piacerebbe essere? Come vorremmo essere nelle diverse relazioni? Quale significato vorremmo dare alla nostra vita?”

 

Con questo filo conduttore proviamo a riflettere sui diversi domini della nostra quotidianità:

- relazioni matrimonio/coppia/ intime: che tipo di partner vorresti essere in una relazione intima? Quali qualità personali vorresti sviluppare? Che tipo di relazione vorresti costruire? Come interagiresti con il tuo partner se tu fossi il “te ideale” in queste relazioni?

- relazioni familiari: che tipo di genitore vorresti essere? Quali qualità personali vorresti avere? Che tipo di relazioni vorresti costruire con i tuoi figli? Che tipo di fratello/sorella, figlio/figlia, zio/zia vuoi essere? Quali qualità personali vorresti portare in queste relazioni?

- relazioni amicali/sociali: che tipo di qualità personali vorresti portare nelle tue amicizie? Se tu potessi essere l’amico migliore in assoluto, come ti comporteresti con i tuoi amici? Che tipo di amicizie vorresti costruire?

E via dicendo sugli altri ambiti come carriera/impiego, tempo libero/divertimento, spiritualità, senso civico/cittadinanza, educazione/formazione/crescita personale e sviluppo.

 

Le risposte che ci diamo possono fungere da ago della bussola in grado di indicarci la direzione per vivere più intensamente e con maggior padronanza la nostra esistenza.


Decimo Elisir: “C'È CHI TI ABBRACCIA COSÌ FORTE CHE SEMBRA VOGLIA ROMPERTI. E INVECE DI ROMPERTI, TI AGGIUSTA.”

Vi è mai capitato di sentire i pezzi del vostro IO interiore, magari scompigliati dalla vita, rimettersi a posto come pezzi di un puzzle durante un abbraccio?

 

È il potere di due braccia che nulla posseggono né vogliono possedere, ma che hanno la capacità di togliere dall'invisibilità la persona che incontriamo, un gesto che trasmette condivisione, un "ci sono io con te, con te ad affrontare la vita, le difficoltà del quotidiano, la malattia, le terapie". È simbolo di condivisione, oltre che di affetto, che spesso aiuta a sentire l'appoggio di chi ci è a fianco. Due braccia che accolgono anche un corpo che cambia, lo accettano e lo desiderano stringendolo forte, e questo "non ha prezzo" (come mi disse tempo fa una Donna-A.N.D.O.S.). 

È accettazione incondizionata di un mondo in divenire, che fa paura ma non si teme quando si ha un luogo in cui rifugiarsi delimitato da sole due braccia e due mani vuote, pronte a riempire e riempirsi di un "noi con l'altro", insieme. È forza. È presenza. Rafforza la speranza di potercela fare. È  infrangere un isolamento che si tende ad avere nel sentirsi spesso sole a "battagliare". È espressione di molte emozioni e sensazioni dalle molteplici sfumature e significati comunicativi. È energia che continua a vibrare nel ricordo di un abbraccio dato o ricevuto che ha trasmesso sensazioni di fiducia, protezione e sicurezza. È un inoltrarci, traghettati da due braccia che ci stringono, fisicamente e mentalmente nell'Altro con cui siamo in CON-TATTO. È un gesto profondamente legato al sistema di difesa psicologico della Persona verso le ostilità e le difficoltà della vita.

 

Narra la leggenda che quando abbracciamo qualcuno in modo sincero guadagniamo un giorno di vita. Leggenda o realtà… è vero che l'abbraccio può essere considerato una terapia naturale a "centrimetro zero" contro la depressione e un ottimo antistress gratuito ed efficace. Il merito è dei cambiamenti fisiologici che avvengono quando un abbraccio dura almeno 20 secondi.. si verifica un vero e proprio effetto terapeutico per il corpo e la mente!

 

Quattro braccia, intrecciate e abbracciate, hanno il potere di stimolare nell'ipotalamo la produzione di ossitocina, l'ormone della felicità, che contribuisce a creare e rafforzare i legami e un senso di "connessione" con gli altri, favorisce l'empatia, la fiducia, il senso di appartenenza, con effetti anche sulla pressione arteriosa, infondendo una sensazione di benessere e una minor percezione di pericolo, ansia e paura. Gli abbracci aiutano a ridurre il livello di cortisolo, l'ormone dello stress; stimolano l'ossigenazione del sangue con un aumento di emoglobina che trasporta l'ossigeno ai tessuti facendoci percepire una maggior energia nel corpo; liberano la serotonina, l'ormone del buonumore, che ci fa sentire più sicuri e in grado di affrontare meglio le difficoltà; favoriscono la produzione di globuli bianchi, rafforzando il sistema immunitario; stimolano la circolazione sanguigna permettendo al nostro corpo di alleviare le tensioni fisiche; promuovono la produzione di endorfine, neurotrasmettitori con proprietà analgesiche che aiutano a ridurre il dolore, aumentando la sensazione di piacere e benessere.

 

Quando due persone si abbracciano, anche gli emisferi cerebrali tendono a sintonizzarsi, avviene una sorta di sincronizzazione celebrale nella quale i tracciati elettroencefalografici inizialmente diversi tendono a sovrapporsi e ad armonizzarsi, aumentando le potenzialità del cervello, la concentrazione e il livello di attenzione. Come disse una famosa psicoterapeuta statunitense Virginia Satir: “Abbiamo bisogno di quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto abbracci per mantenerci così come siamo e dodici abbracci per crescere”. Tanti o pochi o QUANTO BASTA, certo è che ricevere o donare un abbraccio innalza il nostro quoziente di benessere emotivo!


Nono Elisir: L'ALTRO... COME CURA!

Sì, siamo animali sociali! È scritto nel nostro sangue, nella nostra storia ontologica. Siamo figli di quei Camuni che si ritrovavano insieme nella quotidianità precaria, insieme a cacciare, a raccogliere, a difendersi, a pregare, a imparare, a scoprire, forse a piangere e forse a ridere. Sicuramente, INSIEME, a vivere e sopravvivere.

 

Quando la folata gelida della malattia pervade le nostre vite, può accadere che congeli tante parti di noi: quello che siamo, quello che è stata la nostra vita fino a quel momento. Ghiaccio che rompe in mille pezzi la voglia di sorridere e socializzare ancora, la voglia di "stare in mezzo alla gente", rimandandola a "quando sarà tutto passato", imponendosi l'impellente ordine quotidiano "adesso devo pensare alla malattia". Possiamo così chiuderci a riccio, come meccanismo di difesa, in quell'isolamento che pensiamo possa farci bene. Ma desidero mettere una pulce nell'orecchio di quel riccio che si protegge lontano dagli Altri che ci sono a fianco nelle nostre vite, familiari, amici, colleghi, conoscenti che possono fungere invece da colla di quelle parti di noi che possono essersi frantumate o stropicciate un po’ nella malattia.

La chiusura e l'isolarsi dal mondo può essere una reazione normale con un ruolo adattivo, specialmente nella fase subito successiva alla diagnosi, necessaria ad elaborare i cambiamenti che essa comporta. Un passaggio però che sia temporaneo e col giusto dosaggio necessario per raccogliere le forze e uscire ad affrontare di nuovo la vita. L'incontro con l'Altro può essere infatti un collante per la nostra integrità psicologica ed emotiva, permette di mantenere un senso di continuità alla nostra esistenza e alla nostra storia, consentendo condivisione, vicinanza, incoraggiamento e forza.

 

Un recente studio pubblicato su Cancer (Kroenke C. et al.,2016) ha confermato i poteri straordinari che i legami sociali hanno nel potenziare le cure per il tumore al seno. Analizzando i dati raccolti su più di novemila donne nel corso di undici anni, la ricerca ha evidenziato come le donne con una ricca rete sociale e con rapporti interpersonali soddisfacenti vivrebbero più a lungo incorrendo in un rischio minore di recidiva. La capacità di curare è quindi intrinseca nei rapporti sociali, avere e sentire vicino le persone per noi importanti, soprattutto nei momenti di prova, è un balsamo lenitivo per le ferite esistenziali. L'esternare i pensieri, le preoccupazioni e le speranze in un fare di condivisione, rispecchia già quel sostegno psicologico in grado di accarezzare la crisi emotiva con quel senso di appartenenza che ci fa sentire ancora appigliati alla Vita, pur nello strappo della malattia.

 

Non rimandiamo la vita, non rimaniamo in apnea nella nostra stessa vita! Dicembre è tempo di incontri e di ritrovi, facciamoci ricaricare dall'incontro con l'Altro e da tutte le proposte che l'A.N.D.O.S. sempre propone per donarci pienezza di questo significato condiviso.


Ottavo Elisir: CamminANDOS

“Le idee fisse sono come, per esempio, i crampi ai piedi,

 il miglior rimedio è camminarci sopra.” (Søren Kierkegaard) 

 

Qualche giorno fa mi sono sorpresa a sorridere quando mi hanno rivolto quest'affermazione: "Ma QUELLE dell'ANDOS camminano sempre?!", in riferimento alle iniziative promosse per l'Ottobre in Rosa: Race for the Cure (Brescia), Avon Running (Milano), Camminata in Rosa a Esine. Ebbene sì! Sono Donne del movimento, che non si fermano e non si arrendono! Molti studi hanno dimostrato i numerosi benefici nel migliorare e mantenere il benessere mentale oltreché fisico di un'attività fisica regolare, inserendola nelle linee guida tra i fattori protettivi per la prevenzione dei tumori. Cospicue prove raccolte negli anni hanno dimostrato una correlazione tra l’aumento dell’attività fisica e una minore incidenza del tumore mammario (sia prima che dopo la menopausa) e un’associazione positiva fra attività fisica, prognosi favorevole e una riduzione del rischio di recidive. Camminare fa bene quindi al corpo e alla mente! Vediamo insieme come e perché:

- interrompe il rimuginìo sui pensieri negativi e le preoccupazioni, che spesso tendono a essere costanti sui sintomi, sulle conseguenze e limitazioni che impongono. L'attività fisica interrompe gli schemi interpretativi e aiuta a ristabilire un legame con le proprie necessità emotive, permettendo di trovare soluzioni alternative, più funzionali e di maggior benessere;

- migliora la sensazione di efficacia e fiducia in se stessi, potenzia l'autostima, fa sentire "abbastanza importanti da meritarci un momento da dedicare a noi stesse", noi priorità rispetto alle faccende della vita, con una funzione anche sociale di condivisione con altre persone di momenti più "leggeri e spensierati";

- aiuta a focalizzarsi su pensieri e progetti più piacevoli e positivi:  migliore efficacia si ottiene però con le camminate negli spazi verdi nei quali il nostro cervello riesce a "staccare la spina", perché si attiva un'“attenzione involontaria” e questo permette al nostro cervello di riposare. Questo risulta difficile in altri contesti (come i centri commerciali) nei quali dobbiamo rimanere più attenti e non abbiamo la possibilità di scollegarci totalmente dalle nostre preoccupazioni;

- migliora la circolazione cerebrale e vengono stimolate le connessioni neuronali, con effetti sulla creatività: quando il corpo è impegnato in attività come camminare, il pensiero creativo è libero di esprimersi (si abbassa il controllo della corteccia pre-frontale e migliora la memoria associativa alla base della creatività);

- l’esercizio fisico ha potenti effetti positivi sul benessere mentale, in particolare sugli stati emotivi come ansia e depressione: chi si allena con regolarità è meno triste, arrabbiato e confuso. Questo avviene anche grazie cambiamenti che avvengono nelle strutture cerebrali e nella connettività funzionale. Il cervello, infatti, durante e dopo l'attività fisica, “brilla” letteralmente: mette in atto cambiamenti fisici e chimici che contribuiscono a ritrovare serenità e il benessere;

- viene stimolata la produzione di alcuni neurotrasmettitori (molecole cerebrali che correlano con lo stato d'animo) come le endorfine e la serotonina, conosciuta anche come "ormone del buonumore", che ha un effetto protettivo contro la depressione e il rischio di possibili ricadute. Bassi livelli di serotonina aumentano la sensazione di stanchezza e può causare anche disturbi come l’insonnia, emicrania e favorire l’emergere di stati d’ansia;

- si attivano, in una regione del cervello coinvolta nelle risposte emotive, i "neuroni calmanti"  che vanno ad inibire l’eccitazione dei neuroni che sono alla base delle preoccupazioni e stress;

- regola i livelli di cortisolo nel sangue (livelli troppo alti causano stress, mentre una giusta quantità favorisce la motivazione e l’energia);

- effetto "rilassante": durante l'attività fisica aumenta il flusso sanguigno, migliora l'ossigenazione a tutti gli organi e la temperatura corporea aumenta, legata a un rilassamento muscolare e una generale sensazione di benessere.

L’esercizio fisico agisce quindi come un antidepressivo naturale, una terapia parallela da combinare nell'eventualità con un percorso terapeutico più strutturato.

 

Non mi resta che dire... buon "CamminANDOS" a tutti!


Settimo Elisir: GUARIR... DAL RIDERE!

"L'umorismo è il più potente meccanismo di difesa.

Permette un risparmio di energia psichica e

 con una battuta blocchiamo l'irrompere di emozioni spiacevoli."

(S. Freud) 

 

In previsione dei prossimi appuntamenti e proposte A.N.D.O.S. (rimanete curiosamente sintonizzati :-)) abbiamo pensato di approfondire in questo Elisir il tema dell'umorismo e della risata. Ridere fa bene alla salute, fisica e psicologica! Ne è una dimostrazione vivente la nostra Presidente, che del "RISO" fa un uso quotidiano e abbondante e lo dona in modo terapeutico a tutti noi! Gli effetti benefici della risata sono stati ampiamente dimostrati anche dalla scienza (oltre che da Fulvia Glisenti!). Ridere è un toccasana per la mente

- aiuta a regolare le emozioni, favorisce il controllo e la loro gestione, ha una funzione liberatoria delle tensioni. L'umorismo permette di trasformare la sofferenza in un evento socialmente più accettabile di cui è possibile parlare con meno timore e "tabù";

- è una strategia di coping: una ginnastica mentale che aiuta a distogliere la mente dalle preoccupazioni su cui rimuginiamo, aumentando la flessibilità mentale. Spezza la rigidità di certi schemi del pensiero e permette di aprirsi a nuove idee e soluzioni. Il problema, certo, non si dissolve, ma già il cambiamento dello stato emotivo permette di ritrovare nuova grinta ed energia per affrontare la realtà; 

- è un fattore di resilienza: l'umorismo permette di creare un distacco da quello che ci fa male e ferisce, aiutando a trasformare la sofferenza per renderla più gestibile. L'ironia è un modo facile e catartico per parlare di ciò che è "nero" ed è in grado di liberare e liberarci delle emozioni negative.

- avvicina le persone, genera alleanza e fiducia! Centrale è l'aspetto della condivisione: si tende infatti a ridere di più quando si è in compagnia e questo atteggiamento positivo crea terreno fertile per una comprensione empatica che diviene terapeutica anche e soprattutto nei momenti meno facili della vita;

- ha una funzione affiliativa e di facilitatore sociale, porta a percepire una maggior soddisfazione nei rapporti e permette una risoluzione più efficace dei conflitti interpersonali;

- è un calmante psicologico, come una "pillola del buon umore" che attenua ansia e depressione.

 

Ridere non fa ridere solo il viso… è tutto il nostro corpo che ride e viene pervaso da una cascata di benefici:

- la respirazione diventa più profonda apportando un maggior ricambio d'aria nei polmoni;

- la circolazione viene stimolata e il cuore accelera il suo battito stimolando l'ossigenazione del sangue;

- la secrezione degli ormoni dello stress (come il cortisolo) viene ridotta, mentre si stimola la produzione di serotina e di endorfine, conosciute anche come "ormoni della felicità", analgesici naturali prodotti dall'organismo. Queste modificazioni neurochimiche provocano una riduzione del dolore e della tensione, regalandoci una sensazione di benessere emotivo.

- la muscolatura si rilassa e questo vale per tutti i muscoli coinvolti, soprattutto a livello del torace e degli arti superiori… migliorano anche le funzioni di organi interni come fegato e intestino. 

 

Tanti e potenti sono gli effetti dell'umorismo e della risata, non ci resta che sperimentarli e RIDERE PER CREDERE! In attesa di partecipare a una bella proposta A.N.D.O.S…. lo Yoga della Risata!


Sesto Elisir: IL POTERE DI RACCONTARSI

“Scrivere è come traslocare.

Una buonissima occasione per scartare l'inessenziale.”

(M. Renzullo)

 

Già gli Egiziani avevano intuito la funzione terapeutica della scrittura come rituale di guarigione: scrivevano i canti cerimoniali su un papiro per poi inghiottirlo, nella convinzione che le parole scritte avessero benefici sulle persone. Ovviamente non vogliamo iniziarvi a tale pratica in questo elisir, ma portare l'attenzione su quanto possa far bene raccontare quello che si vive: cosa specialmente vera nel momento in cui la vita impatta nella malattia.

  

Lo sottolineiamo: il raccontarsi, narrare e riscrivere la propria storia può diventare un atto curativo e lenitivo! Esprimere pensieri e vissuti fa si che avvenga una riorganizzazione mentale e psicologica del proprio io, una presa di coscienza di quello che si sta vivendo. È guardare in faccia la realtà presente e osservare la propria anima allo specchio. Quanta paura può fare questo, camuffati come siamo da meccanismi di difesa di cui non siamo consapevoli, generati per soffrire meno, per non stare peggio Di fronte a una malattia oncologica spesso si re-agisce con tentativi di soluzione che risultano disfunzionali, come ad esempio evitare la situazione e tutto ciò che la riguarda (cercando di non pensarci e di non parlarne con nessuno come se fosse un vergognoso “tabù”), assumendo un atteggiamento passivo di rinuncia e chiusura sia verso la malattia sia nei confronti degli Altri che ci sono accanto.

L'importanza del raccontare la propria storia invece, in forma verbale o scritta, scaturisce anche dal fatto che ci pone nella condizione di non sfuggire al turbinio di emozioni che “guazzabugliano” in noi come un fiume in piena colmo di dolore, rabbia e paura. Emozioni che, se anche sottaciute, scavano dentro e possono emergere nella forma di pensieri intrusivi e di malessere psicosomatico. La narrazione permette allora di attribuire un senso a quello che sta accadendo e aiuta a ricostruire significati, ponendo in evidenza la continuità tra passato-presente-futuro rispetto allo strappo esistenziale avvenuto al momento della diagnosi. 

 

Raccontarsi fa bene anche perché le emozioni vengono esternalizzate e rielaborate e questo permette di de-fonderci da esse: troviamo allora nuove modalità per gestirle, diventando attori attivi in grado di reggere una realtà graffiante e di essere presenti, non solo spettatori impotenti in balìa di qualcosa che non avremmo mai voluto incontrare! Mettere "nero su bianco" l'esperienza di vita e la storia della malattia fa prendere consapevolezza delle proprie risposte emotive e cognitive, cogliendo capacità, risorse e punti di forza personali (come la resilienza o altre strategie efficaci di “fronteggiamento”) utili ad affrontare anche gli aspetti più ostici. Sentirsi timonieri (almeno di qualche aspetto della malattia) migliora l'autostima, il senso di autoefficacia e la fiducia nel presente e nel domani, luogo e tempo in cui è possibile rimescolare le carte, rivedere la propria vita e dare priorità a ciò che abbiamo intravisto essere "più importante".


Quinto Elisir: USCIRE DALLA ROTONDA

 

“Quando cammini, cammina e basta.
Lascia che il camminare cammini,
Lascia che il parlare parli,
Lascia che il mangiare mangi,
Lascia che il dormire dorma.”

 

Citazione forse non immediata ma voluta per solleticarti una riflessione: quante volte siamo davvero consapevoli di quello che compiamo, vediamo, sentiamo, tocchiamo, mangiamo, pensiamo? Quante volte invece facciamo ciascuna di queste attività distratti da altri pensieri, oscillando tra sentimenti di tristezza tra un "prima", vissuto ora come "perdita", e un "dopo" volto a un futuro che ancora non c'è, poco prevedibile ma colmo a volte di angosce e preoccupazioni?

Ma QUI&ORA noi ci siamo? Siamo "connessi" all'istante presente? Il grande rischio è proprio quello di accomodarci a fianco del pilota automatico, di non notare nemmeno quanto ci crogioliamo nelle stesse abitudini e dinamiche di vita.  E ci abituiamo! Purtroppo sì, il rischio vero è quello di abituarci a vivere il quotidiano senza entusiasmo, senza badare alle piccole cose, ostaggi di quel pilota automatico che, giorno dopo giorno, incessantemente, ci fa girare in tondo sulla stessa rotonda stradale, osservando il medesimo panorama, senza via d'uscita e senza via di scampo, rendendoci ciechi a ciò che di bello può accadere nella semplicità di tutti i giorni.

 

Proviamo a prestare attenzione al momento presente, a questo preciso istante, a questo QUI&ORA: ascoltiamo e osserviamo con pienezza la nostra esperienza interiore, accorgiamoci delle tante "cose belle" che accadono intorno a noi e alle belle emozioni e  sensazioni che ci suscitano dentro. Viviamo il momento presente con il cuore, apprezziamolo e interiorizziamolo, nonostante le difficoltà che la vita può farci incontrare. Per prendere familiarità con questo atteggiamento mentale ci accostiamo in questo Elisir alla Mindfulness (definita con le parole di Jon Kabat-Zinn, suo pioniere, come "meditazione di consapevolezza ottenuta prestando attenzione allo svolgersi dell’esperienza con intenzione al momento presente e in modo non giudicante").

 

 

LA MEDITAZIONE DEL CIOCCOLATO

 

Scegli della cioccolata, meglio se di un genere che non hai mai assaggiato prima o che non mangi da tempo: può essere amara, dolce o alle nocciole… è indifferente. La cosa fondamentale è che non sia un sapore al quale sei abituato!

 

_ Scarta il pacchetto usando i tuoi sensi: le dita sul cartone, poi sulla carta stagnola più morbida o sulla plastica;

_ inala il profumo, prova a percepire l’odore del contenuto non appena aperta la confezione, lascia che t’inondi,  sprofonda nella sensazione dell’aroma;

_ osserva il colore, la forma, le sfumature del cioccolato tra le tue mani e lascia che il suo aspetto venga "assaporato" dagli occhi;

_ ascolta il suono della tavoletta mentre ne rompi un pezzo: quanta forza hai calibrato tra le dita?

_ metti il cioccolato in bocca e prova a trattenerlo per qualche istante sulla lingua senza masticarlo: percepiscine il gusto, la consistenza e il tuo respiro mentre lo assapori. Nel cioccolato sono comprese oltre 300 sfumature di sapore e profumo: cerca di sentirne alcune;

_ cerca di notare se la testa tende ad abbandonare la situazione presente o è totalmente assorta dal lento sciogliersi della miscela di cacao sulla lingua. Quali pensieri raggiungono la tua mente? Quali azioni il resto del corpo? Come si sentono e in quale posizione sono i tuoi piedi, le mani, il busto e le gambe? Se la mente ti abbandona seguendo altri pensieri, riportala gentilmente al presente;

_ quando la cioccolata si è sciolta completamente, inghiottiscila molto lentamente e lasciala scivolar giù in gola;

_ prova ora, se lo desideri, con un altro pezzo di cioccolato.

 

Non è necessario fare grandi cose diverse da quelle che facciamo, è sufficiente prestare consapevolezza a tutto quello che si fa (farsi la doccia, lavare i piatti, camminare, ascoltare o anche abbracciare...) e alle sensazioni provate per riuscire a RI-svegliarci alla vita! Prova a sperimentare anche la pratica del "disabituatore", un modo semplicissimo per rompere le abitudini che ci limitano nella nostra libertà di essere piena-Mente QUI&ORA. Cambia sedia! Semplicemente nota su quale sedia sei solito sederti (a casa, al lavoro, al bar) e deliberatamente scegli di non accomodarti su quella! Questa e tante altre abitudini quotidiane ci sono comode ma al costo eccessivo di dare per scontato tanti aspetti dei nostri giorni, non godendo pienamente di ciò che ci viene donato.

 

La pratica di consapevolezza, come hanno dimostrato evidenze scientifiche e mediche, può avere un'influenza positiva sul benessere e sulla felicità, può ridurre i livelli di ansia e di stress, irritabilità, depressione e influenzare positivamente le relazioni sociali. Proviamo per credere?!


Quarto Elisir: TEMPO DI VACANZA... ANCHE PER LA MENTE!

Vacanze: attese e meritate per tutti! Ma riescono davvero ad essere rilassanti e sgombre da  preoccupazioni? Molte volte l'Orso Bianco (incontrato nel precedente Elisir, personificazione dei nostri pensieri rimuginativi, nocivi e sgradevoli) ci è talmente affezionato che non si scioglie nemmeno nella canicola estiva: parte con noi e ci accompagna in vacanza, rendendo le ferie tutt'altro che spensierate! A volte siamo talmente "fusi" con certi pensieri (preoccupazioni, auto-giudizi, sentenze severe, come "è tutto inutile!", "non ce la farò mai", "capitano tutte a me!", "cosa ho fatto di male?") che li consideriamo delle verità assolute: un qualcosa che sta capitando qui e ora come una minaccia reale, anche se riferita al passato o proiettata in un futuro ipotetico.

  

Ma noi non siamo ciò che pensiamo, siamo i pensatori, non i pensieri pensati! Proviamo a riconoscere questi pensieri intrusivi e scomodi che galleggiano nella mente sotto forma di parole o immagini, come prodotti della mente, "semplicemente" come PENSIERI! Riuscire a prenderne le distanze permette di gestire in maniera più consapevole ed efficace gli stati emotivi legati anche alla malattia e a focalizzarci sul presente, piuttosto che preoccuparci senza tregua per il futuro. In questo Elisir desidero proporti alcuni compiti per le vacanze!

COMPITO 1: Metafora delle mani come pensieri

Immagina per un momento che le tue mani siano i tuoi pensieri. Solleva le mani insieme, vicine tra loro a palmi aperti, proprio come le pagine di un libro. Continua ad avvicinarle al viso, fino a quando non coprono gli occhi. Se dovessi chiederti "che aspetto hanno le tue mani?" la risposta non potrebbe che essere: "completamente scure!". Questo è il risultato della fusione: quando siamo presi dai nostri pensieri perdiamo contatto con molti aspetti, anche di bellezza e positività, presenti nel qui e ora, offuscati da quei pensieri ricorrenti e "s-graditi" che sono in grado di influenzare il nostro comportamento ma anche e soprattutto le nostre emozioni e il nostro umore. Allontanando di un poco le mani, potremmo rispondere già diversamente: "le mani sono rosa, hanno delle linee e delle dita..." Così è la de-fusione: ovvero il prendere distanza dai nostri pensieri ne diminuisce l'importanza, la vividezza e la capacità d’indurre uno stato di ansia e paura.

 

COMPITO 2: "Sto avendo il pensiero che..."

- Peschiamo un pensiero che ci infastidisce o ci crea sofferenza e trasformiamolo in una breve espressione nella forma "io sono X" (esempio: "io sono un perdente");

- fondiamoci ora con esso almeno per 10 secondi e cerchiamo di credergli il più possibile!

- ora replichiamo il pensiero ma anticipandolo con "sto avendo il pensiero che ...sono un perdente";

- ripetiamolo ancora una volta, aggiungendo però la frase "sto notando che ho il pensiero che... sono un perdente";

- che cosa succede? Hai percepito un senso di distanza da ciò che pensi? Questo ci permette di provare l'esperienza della de-fusione e possiamo usarlo anche con emozioni o sensazioni, es: "sto avendo una sensazione di …ansia".

 

COMPITO 3: Latte - Latte – Latte

Pensa al latte! A tutte le caratteristiche legate al suo aspetto, alle sensazioni che ti suscita, ai ricordi ad esso collegati… magari ne puoi sentire addirittura il gusto, il sapore.  Adesso viene il bello! Prova a ripetere da 20 a 45 secondi la parola "latte" ad alta voce, il più veloce che riesci mantenendo sempre chiara la pronuncia. La parola “latte” ora evoca le stesse immagini di prima dell'esercizio o è successo qualcosa di nuovo? Ad esempio la parola “latte” suona strana dopo un po’, alcune sillabe si mescolano, i muscoli si muovono diversamente durante la pronuncia. Grazie a questo esercizio le parole vengono infatti percepite come suoni, vibrazioni, movimenti della bocca e delle labbra e perdono temporaneamente il loro significato.  

Prendiamo ora un pensiero negativo su di noi, che ci viene in mente spesso e riassumiamolo in una parola. Quanto è fastidioso o doloroso (da 1-100) pensare a questa parola che ci riguarda? Quanto in questo momento la senti vera o credibile? (da 1-100)

Ora con questa parola facciamo lo stesso che abbiamo fatto con "latte": ripetiamola il più velocemente possibile dai 20 ai 45 secondi (ricerche hanno dimostrato che questo lasso di tempo riduce la credibilità della parola scelta, diminuendo il suo significato emotivo). Qual è stata la tua esperienza? La parola ha avuto lo stesso impatto emotivo di prima? Com'è cambiata? In questo momento, quanto è fastidioso o doloroso pensare a questa parola?

 

COMPITO 4: Foglie che galleggiano sul ruscello

Questo è un esercizio dal gusto più meditativo, da fare a occhi chiusi, in posizione comoda per circa 5 minuti:

- Immagina di essere sdraiato in riva a un ruscello di montagna a osservare l'acqua che scivola via e le foglie che galleggiano sulla superficie. Immaginalo come più ti piace, libera la fantasia! (pausa di 10 secondi).

- Ora diventa consapevole dei tuoi pensieri, senza badare al loro contenuto (positivo, negativo, piacevole o doloroso).

- Afferrane uno, ponilo su una foglia e lascia che sia trasportato via (va bene anche se è un pensiero sotto forma di immagine) (pausa di 10 secondi). Se i pensieri si fermano, osserva il ruscello. I pensieri ricominceranno (pausa 20 secondi)… permetti al ruscello di scorrere secondo il proprio ritmo! Non cercare di fermarlo né di accelerare il suo andare. Non stai cercando di far scivolar via le foglie, stai permettendo loro di andare e venire con il proprio tempo (pausa 20 secondi).

- Se una foglia si ferma, lasciala lì, non forzarla a scorrere via. Se sorge una sensazione negativa, riconoscila e poni anche questa su una foglia.

- Di tanto in tanto i tuoi pensieri più "s-graditi" ti cattureranno e perderai attenzione verso il ruscello, ma questo può succedere. Quando ci accorgiamo, ne prendiamo atto e proseguiamo con l'esercizio.

 

COMPITO 5: "Canto e voci spiritose"

Ti propongo ora di cantare silenziosamente un pensiero "s-gradito" al ritmo delle note di "Tanti auguri a te" (o della tua canzone preferita). I più coraggiosi possono anche canticchiarlo ad alta voce al vicino di ombrellone! Possiamo anche ascoltarlo nella nostra testa con la voce di un personaggio di un cartone animato, con accento dialettale o di un personaggio di un film o dirlo simulando una moviola esageratamente lenta, (es: "è tuttooooooo inutileeeeee"). Notiamo se e come questo ci aiuta a prendere distanza dai pensieri, a vederli come staccati da noi.

 

Queste sono alcune tecniche proposte dall'ACT (Acceptance and Commitment Therapy - Hayes 2004). T’invito a provarle finché non ne identificherai una che più si adatterà a te e alla tua situazione. L'obiettivo è proprio quello di imparare a non rimanere ingarbugliati in ciò che pensiamo come assolutamente vero, realistico e in procinto di accadere! Lasciare andare e venire quello che pensiamo e sentiamo, permettendoci così di essere artefici del nostro sentire e del nostro stesso umore!


Terzo Elisir: UN ORSO BIANCO... NON FA PRIMAVERA!

Quando sento il tagliaerba del vicino in funzione, il sole timido, il profumo nell'aria di erba appena tagliata, chiudo gli occhi… e sento che è arrivata: Lei, la primavera! Frizza nell'aria una nuova stagione, la stagione del cambiamento, del rinnovamento: della natura, ma anche di noi. La chiusura dell'inverno ci protegge, ci rassicura, tiene nel nido caldo le certezze e le stesse nostre incertezze. Ma non è arrivato il momento di fare anche un po’ di PULIZIE DI PRIMAVERA PER LA MENTE!?

 

Quanta fatica a volte si fa ad apprezzare ciò che più ci fa bene, a inalare nel profondo quello che ci dà benessere. Quanta fatica si può fare nel quotidiano quando accanto al rastrello poggiato sul prato troviamo....  UN ORSO BIANCO!? Sì, vi spiazzo con questo effetto paradosso, bizzarro anche nell'impatto visivo. L'Orso Bianco simboleggia quei pensieri che ci affaticano nel vivere più sereni, quei pensieri martellanti, quasi ossessivi che ci ronzano in testa. E purtroppo, sì, la nostra mente rastrella soprattutto i pensieri "brutti", le nostre paure più profonde, ancorandoci su previsioni catastrofiche dell'oggi e sul futuro. 

Quanto sarebbe più facile se avessimo un aspirapolvere per questi pensieri "nocivi"! Quante volte vi sarete detti-e-ridetti: "BASTA!! Smettila di pensare!""CUCÙ!!!" mi viene da dire! Purtroppo ci caschiamo e ricaschiamo tutti i giorni con le preoccupazioni per il quotidiano, per i controlli medici, per le terapie, per gli esami da effettuare, per l'attesa dell'esito. Fosse così facile avere un telecomando per spegnere o abbassare il volume di quei pensieri sgradevoli che rimbalzano come sassolini fastidiosi nel cervello… Ce ne accorgiamo forte: CERCARE DI NON PENSARE .. equivale A PENSARCI DI PIU'! È stato dimostrato in modo scientifico anche da Daniel Wegner, psicologo e ricercatore all’Università di Harvard, in un esperimento conosciuto come “Don’t think of a white bear” -(non pensare a un orso bianco). Proviamo?

 

1_ Immagina un orso bianco, visualizzalo chiaramente. Quante volte negli ultimi giorni hai pensato a un orso bianco?

2_ Orologio alla mano! Nei prossimi cinque minuti cerca di NON pensare nemmeno una volta all'orso bianco! Provaci seriamente e intensamente!

3_ Quante volte hai avuto il pensiero dell'orso bianco, anche solo di sfuggita, mentre cercavi di non pensarci?!  

4_ Ora per qualche minuto (meglio sempre se cinque!) lascia che qualsiasi altro pensiero ti venga in mente.

5_ Quante volte hai pensato all'orso bianco (anche solo di sfuggita) mentre eri libero di pensare ad altro? 

 

Probabilmente il numero di volte in cui abbiamo pensato all'orso bianco è aumentato nel tempo e ha preso spazio a tutti gli altri pensieri di vita. Questo è quello che succede anche con i pensieri che ci creano sofferenza, "ci fanno male" e sono ingarbugliati nella nostra testa, come "chiodi fissi"! Prendiamone uno di questi, sintetizziamolo in una frase o una singola parola e proviamo a ripetere l'esercizio dell'Orso Bianco. Cercare di NON pensarci, di sopprimere i pensieri è ciò che di peggio possiamo fare per gestirli! Perché? Non solo dobbiamo pensare a qualcosa di diverso (per distrarci) ma dobbiamo anche tenere a mente il motivo per cui lo stiamo facendo (ricordando così che stiamo cercando di non pensare e penseremo così proprio a quello che vorremmo dimenticare!).

 

Avere consapevolezza di quello che facciamo, di quello che ci aiuta o non aiuta a stare meglio, anche nei pensieri, è il primo passo per imparare a gestirli e avere noi padronanza almeno di quello che succede nella nostra mente.  


Secondo Elisir: POLVERE NEGLI OCCHI

Mi piaceva chiamarlo così, "Polvere negli occhi", l'Elisir del mese di maggio. Il Primo Maggio: giornata dedicata ai lavoratori! Polvere negli occhi, come la polvere che si posa sul viso di chi lavora la terra, in assonanza al duro lavoro. Già, perché a volte è proprio duro Lui, il lavoro, l'incastrare ad esso come pezzi di puzzle il resto di pezzi di vita, famiglia, figli, amici, hobby, passioni, shakerati in velocità nelle sole, uniche 24 ore giornaliere! 

 

Quella stessa polvere che può entrare negli occhi, infastidire, ferire, annebbiare la vista, lo sguardo di speranza all'oggi, al domani, quando i tempi della quotidianità sono più scanditi dalle visite, dai controlli, dagli esami, dalle terapie rispetto ai tempi di vita dettati dal lavoro. Lavoro che fa sentire tutta la sua durezza graffiante quando la sfera lavorativa cambia profondamente in una situazione di malattia, e diventa spesso una dimensione sospesa nell'identità della persona, modifica i ruoli, le relazioni con gli altri, con il mondo e la rappresentazione stessa che una persona ha di sé. Il lavoro diventa così miraggio dal significato di ritorno a una normalità, tanto languita quanto ora ferita. In questo Elisir desidero prendervi per mano e riflettere con voi: "è e com'è possibile stare dentro una situazione sgradita, non voluta o addirittura percepita come insopportabile?”

Vi presento la RESILIENZA PSICOLOGICA, la capacità degli esseri umani di affrontare al meglio situazioni stressanti e di resistere alle avversità della vita. E' un termine preso a prestito dall'ingegneria e indica la capacità di un metallo di resistere alle forze esterne e alle deformazioni che gli vengono applicate, ritornando comunque alla forma originaria. Senza algoritmi o formule complesse, mi piace riassumerla con: "MI PIEGO MA NON MI SPEZZO"!

 

Ti sei mai chiesta perché le corde suonano, Giò?

Fanno resistenza alla pressione.

È da quella resistenza che nasce la musica.

Come nella vita: è dalla capacità di resistere alla pressione

che nascerà la tua musica migliore "

(“Avrò cura di te” - Massimo Gramellini)

 

La resilienza psicologica è proprio questa: la capacità di un individuo di fare fronte in maniera costruttiva a eventi traumatici. Non è però “solo” resistere ma è la capacità di riorganizzare la propria vita ricostruendo un nuovo equilibrio, restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre. La stessa etimologia del termine è indicativa: “resalio” in origine era proprio il tentativo da parte degli antichi di risalire sulle imbarcazioni rovesciate. Quando la vita rovescia la barca delle certezze e della salute, alcune persone restano in acqua e altre invece riescono a galleggiare e sopra-vivere. La bella notizia è che la resilienza possiamo averla per natura o possiamo svilupparla, allenarla, potenziarla grazie al miglioramento anche solo di uno dei fattori che la caratterizzano. Cosa possiamo allenare quindi per diventare più RESILIENTI?

 

L' Ottimismo e la speranza: un ottimismo tuttavia non ingenuo ma realistico! Con la piena consapevolezza delle difficoltà ma anche delle risorse a disposizione. Cerchiamo di prendere il meglio da ogni situazione, senza sentirci né vinti né falliti, ma cercando sempre di trovare qualcosa di buono anche se le cose non vanno secondo i nostri voleri e desideri.

 

Coltiviamo anche il Senso(!) dell'Umorismo: questo permette di restare ottimisti e propositivi quando sembra che la nostra barchetta (della vita) si è rovesciata e la realtà ci rema contro. Un umorismo, tuttavia, non sciocco né superficiale, ma fine e intelligente, con lo scopo di creare un distacco da ciò che ci ferisce, trasformare la sofferenza per renderla più gestibile. L'ironia, appunto, è un modo più facile e catartico per parlarne, e ha un potere quasi magico di liberare e liberarci delle emozioni negative.

 

Coltiviamo l’Accettazione: le persone resilienti sentono il dolore emotivo delle esperienze negative, ma non lo negano, non cercano di sopprimerlo, resistono dal rimbalzare contro qualcosa che non sanno di non poter cambiare. Riflettono sulle difficoltà della malattia e i suoi riflessi sulla vita quotidiana, ma nella rielaborazione riescono a farvi spazio all'interno del proprio Io. Il dolore resta, cessa però la guerra contro i mulini fatti del vento di ciò che non avremmo mai voluto fosse capitato a noi.

 

Autostima e Autoefficacia: una visione positiva di quello che siamo e possiamo fare, l'essere consapevoli dei nostri punti di debolezza, ma anche e soprattutto di forza, protegge da sentimenti di ansia e depressione e ci permette di compiere quel salto ad ostacoli, fiduciosi della nostra forza interiore.

 

Nutriamo il nostro essere Animali Sociali: circondiamoci di persone positive e di amicizie con le quali vivere una profonda condivisione, vicinanza e incoraggiamento. Un aspetto centrale della resilienza è proprio quello di essere in relazione, con una persona vicina, fisicamente lontana, o anche solo con un animale. Il supporto sociale, il sentirsi pensati e voluti, il sentirsi allo stesso tempo utili nella presenza affettiva a qualcuno, è un fattore protettivo da cui poter trarre energia qualora ci trovassimo in riserva con le sole nostre forze. A volte la malattia diventa anche un banco di prova dei legami, di quelli più forti e quelli più superficiali e permette di scremare chi c'è (davvero) e chi si allontana. Viviamola come occasione per "saggiare" le relazioni e scoprire magari una vicinanza di colleghi o amici che non ci saremmo mai aspettati di sentire vicino.

 

Miglioriamo la nostra Flessibilità, intesa come capacità di cambiare i nostri schemi di pensiero, pensare a soluzioni alternative di fronte a una difficoltà, provare a comportarci in modo nuovo rispetto al solito. Spogliare il paraocchi dell'ostinata rigidità ci permette di essere aperti ai cambiamenti e avere occhi per vedere anche altre possibili soluzioni per riadattarci con plasticità alla realtà, e "starci dentro", meglio!

 

“L’uomo che si alza è ancora più forte di quello che non è mai caduto“.

 

[Uno psicologo nei Lager - Viktor Frankl. Psichiatra prigioniero in un campo di concentramento nazista]


Primo Elisir

" La desideriamo,

la chiediamo,

la pretendiamo,

l'auguriamo e ce la auguriamo,

la auspichiamo,

la bramiamo,

la perdiamo e

la cerchiamo: 

la Vogliamo! 

Otto sillabe: il gusto Buono dell'Esistenza! "

 

Vogliamo darvi il Benvenuto! a questo primo appuntamento con l'Elisario proprio così, parlando li Lei: la FELICITÀ! Spesso siamo noi, con le nostre stesse mani, o meglio dire, con le mani dei nostri stessi pensieri e atteggiamenti a incagliarci su ciò che oscura la quotidianità, ci soffermiamo più su ciò che non va e sulle sole cose negative dimenticando che la FELICITA' si trova però in quelle "COSE POSITIVE", belle e buone! E accadono, sì, accadono anche a noi, anche oggi, e forse anche ora. Basta vederle! Esatto! BASTA VEDERLE!  Perché allora non allenarci a farlo? ALLENIAMOCI ALLA FELICITA'! Alleniamo il nostro cervello alla positività, alleniamoci a vedere proprio quelle "piccole cose" di ogni giorno che spesso consideriamo insignificanti o "non abbastanza" per poter renderci felici.

 

"L’ottimista vede la rosa e non le sue spine; il pessimista fissa le spine e non riesce ad apprezzare la bellezza delle rose."
Kahlil Gibran.

 

Bene direte! Ma come fare per non essere concentrati solo sulle spine, alleviare un poco il sentire quanto possano essere dolorose e pungenti in certi frangenti di vita? Come riuscire ad accorgerci che oltre alle spine vi sono anche i petali, forse anche profumati, se il nostro sguardo è fisso sul solo gambo? Desidero condividere e praticare con voi l'Esercizio delle "TRE COSE BUONE " (conosciuto anche come "delle Tre Benedizioni") promosso da Martin E.P. Seligman, padre fondatore della Psicologia Positiva, il quale ha scientificamente dimostrato come il concentrarsi con costanza su alcuni dettagli della propria vita può aiutare a migliorare l'umore e la sensazione di felicità provata. E' un compito semplice e richiede solo cinque minuti. 

Per preparare al meglio la nostra Psiché e la nostra anima (sovente mi piace ricordare che l'etimologia greca di Psiché richiama l'idea del "soffio", del "respiro vitale", anima appunto) consiglio di scegliere, già come un piccolo "rito", un quadernetto che vi aggrada particolarmente, dal quale vi sentiti accolti, che ispiri fiducia, per appuntarvi quanto vi dirò ora.

 

1. Ogni sera, fino al nostro prossimo incontro con l'Elisario, annotate "Tre cose buone" che vi sono accadute. Possono essere eventi importanti, o piccoli gesti, come un abbraccio atteso o inaspettato, una gentilezza fatta, o ricevuta.

Siate attenti ai dettagli!  Vale anche per i prossimi giorni!

 

2. Scrivete il motivo per il quale avete scelto ciascuna di queste cose.

E' importante segnare la motivazione del perché si ritiene rilevante la "cosa buona" appuntata, questo aiuta a renderla più vivida e a renderci partecipi del suo sapore. Se si tratta di un obiettivo raggiunto che è dipeso da noi potremo (e dovremo!) ammettere a noi stessi delle doti e qualità personali (migliorando così anche il nostro umore e l'autostima). Se la "cosa buona" è legata agli "Altri" questo ci permette di valorizzare la loro presenza e ci sprona a coltivare la gratitudine e la fiducia, rendendo il rapporto più intenso e gratificante con coloro che ci sono vicini e che camminano al nostro fianco. Chiediamoci e scriviamo a fianco di ciascuna delle "tre cose buone": perché PER ME questo è importante? Quale significato ha per me? Perché è successo? Cosa ho fatto IO per farlo accadere? Come posso fare IO per farlo succedere ancora? Lo scopo di segnare il "perché delle cose buone"  vuole essere quello di farci sentire  maggior padronanza su ciò che accade ogni giorno, rendendoci attori nella nostra storia e protagonisti attivi della nostra vita, non solo naufraghi in balia degli eventi negativi o impotenti di fronte a ciò che accade.

 

3. Ripetete questo esercizio Ogni sera.

Per alimentare e raccogliere semini di Felicità dobbiamo allenare quotidianamente la nostra abilità di pensare a ciò che è andato bene. Questo piccolo compito può aiutarci ad apprezzare le sfumature "belle e buone" di ogni giorno, ci sollecita a focalizzarci su ciò che per noi è importante, sulle nostre priorità e sui nostri desideri. 

 

E domani, è un altro giorno fatto tutto per noi per cercarle, apprezzarle... e soprattutto per allenarci a vedere e godere di ciò che è andato bene, migliorando così anche i pensieri e le emozioni con cui vestiamo di significato la nostra vita.


Introduzione

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice.  Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".”

 

Da “Il Piccolo Principe”, di A. de Saint-Exupéry

 

Ed è così che desideriamo presentarvi questo nostro appuntamento. Tutti i mesi, il primo giorno del mese, ci incontreremo qui, con uno spunto, una riflessione, un pensiero rivolto a voi che vi accompagni negli altri 29 o 30 giorni (e se fosse febbraio :-) ),  e soprattutto desideriamo vi accompagni il sentirvi pensati, meno soli, insieme e più "noi".